Alessandro Seganti
Alessandro Seganti
Negli ultimi vent’anni ho fatto di tutto per non scrivere. Poi è arrivata la pandemia, a dare una scrollata a tutti – me compreso.
Non vivere, questo penso sia il più grande sbaglio che si possa commettere, almeno verso sé stessi. Non vivere sul serio, intendo: non liberare la propria natura, la propria vera natura, la propria anima insomma, e dunque trattenerla, reprimerla, fare di tutto per soffocarla, se proprio non si riesce una buona volta ad annientarla, finché non ci si ritrova, alla fine, ad averla quasi dimenticata. Quasi. Perché lei è sempre lì, comunque lì, magari ridotta a una misera, minuscola fiammella, ma in ogni caso lì, in attesa anche solo d’un insignificante refolo, per divampare all’improvviso.
Ed è quello che è successo.
Questo romanzo è uscito fuori come un grido trattenuto per vent’anni.
L’intensità quindi – la componente più importante – è venuta da sé, e sapevo che ci sarebbe stata in ogni istante, dalla prima all’ultima parola.
Per quanto riguarda i temi da trattare, ho deciso d’addentrarmi in quella che per me è la vera materia dolente dei nostri tempi: l’ansia, il panico, lo sconcerto e, di conseguenza, la paralisi. Una paralisi fatta d'isolamento, dubbio, incomunicabilità, frustrazione, esasperazione, dissociazione; il tutto sotto la soffocante cupola della vergogna.
Un grumo oscuro, viscoso, infido, rovente, difficile da maneggiare, e per questo sapevo che sarebbe stato fondamentale lo stile.
La storia è narrata in prima persona, seguendo non solo lo sguardo, ma soprattutto il ritmo interiore del protagonista. Ed è un ritmo che si alterna di continuo, a seconda che ci si trovi dentro o fuori dalle proprie quattro mura, rintanati in un angolo tutto per sé o alle prese con un qualche tipo di contatto esterno. Fuori, per strada, spesso l’andamento si fa concitato, folle, e allora immagini, suoni, odori, non possono mai arrivare nitidi, concreti del tutto: il passo del protagonista e la sua allerta costante non lo permettono. Quando si torna all’interno, invece, in apparenza rallenta, in realtà non proprio, cambia forma ma non sostanza, si fa secco, sincopato, come un singhiozzo, o meglio, come un rantolo: l’affanno non si placa, mai. Dentro o fuori, la sua condizione è immutabile: come staccato dal resto, a una distanza siderale da tutto ciò che lo circonda.
E dunque si procede così, a strappi, slanciandosi nel vuoto per tentare di colmare quella distanza, incollarsi in qualche modo alla "realtà", o almeno sentirla un minimo sotto le dita, finendo però per perdersi, in quel vuoto, o peggio, schiantarsi, contro le gelide pareti d’un mondo sempre estraneo, ambiguo, ambiguo come le persone che il destino gli fa incontrare, ambigue nei modi, nei toni, ambigue, sempre, per poi alla fine indietreggiare, ritornarsene sui propri passi, e rintanarsi di nuovo tra quelle quattro mura, per ricomporsi, col fermo proposito di non uscire, non tentare, mai più.
E avanti così, passando da un ritmo all’altro a seconda dei momenti, in questo continuo beccheggiare che uno psicoterapeuta definirebbe senza dubbio bipolare. A dire il vero, questi strappi sono ancora più infidi, subdoli, contorti: pure all’interno di ciascuno dei due movimenti il ritmo muta, a seconda delle circostanze, degli stimoli, e quindi lo stile lo deve seguire in ogni scarto improvviso, aderente deve restare; calibrato su ogni sospiro.
La trama è imperniata su tre figure femminili: una prostituta parigina, una gatta raccolta per strada, e una ragazza croata.
Tre tempi, a scandire il ritmo d’un romanzo che nella sua prima parte si svolge a Parigi, per muoversi poi tra Lugo di Romagna (la mia città natale) e l’Istria (in particolare Buie e Umago). È un viaggio dunque, diciamo un percorso, che il protagonista compie nell’arco di un decennio (2011-2021). Sullo sfondo appare anche qualche evento storico di quegli anni, osservato da lui ovviamente da lontano, dietro a uno schermo, come capita alla maggioranza di noi: le primavere arabe, il disastro della centrale di Fukushima, gli attentati del 2015 a Parigi, l’incendio della cattedrale di Notre-Dame, fino ad arrivare all’unico evento vissuto chiaramente di persona, la pandemia.
Sulla trama preferisco non dire altro, non voglio mettermi a dare indicazioni, geometrie, a un viaggio a cui ci si deve soltanto abbandonare.
Anche se si svolge come un percorso, non è certo un romanzo di formazione; è un romanzo di liberazione, questo sì, come ho fatto intendere all’inizio.
Per come la vedo io, non si può vivere sul serio, e quindi liberare la propria natura, senza aver preso prima quella scalinata che scende nei propri abissi, e senza averli esplorati a fondo, tutti. Ma questo è solo il primo passo, potrà essere complicato, a volte atroce, ma non è la parte più difficile del viaggio. La vera impresa è riuscire a risalire quella scalinata; non perdersi tra quei labirinti, non rimanerci invischiato, laggiù, in quegli scantinati, nella paralisi più totale, ma avere il coraggio, scalino dopo scalino, di riemergere, finalmente consapevoli, e pronti a seguire la propria natura, fino in fondo.
Paura e vergogna sono il fulcro del romanzo, nucleo dell'anima del protagonista: impedimenti, menomazioni, gabbie solo in apparenza; combustibile necessario in realtà, imprescindibile per alimentare la fiamma vitale, e illuminare la risalita dagli abissi.
Non si tratta di autobiografia, nemmeno autofiction; certamente ho preso anche eventi vissuti in prima persona, ma li ho modellati in quella che è la mia idea di letteratura: vale a dire afferrare la realtà apparente, e torcerla, torcerla finché sopra non si facciano delle crepe, e da lì possa poi arrivare il suo vero odore.
Un’ultima cosa. Al terzo e ultimo capitolo ho messo come epigrafe quella specie di sfida lanciata tanto tempo fa da Edgar Allan Poe, che è stata il faro perpetuo per la mia, di sfida. Ve la riporto qui:
Se qualche ambizioso accarezza l’dea di rivoluzionare con un colpo solo l’universo del pensiero, delle opinioni e dei sentimenti umani […] non deve far altro che scrivere e pubblicare un librettino. Il titolo sarà semplice, poche parole di uso corrente: Il mio cuore messo a nudo. Ma poi il libretto dovrà tener fede al titolo. […] Nessuno ha il coraggio di scriverlo. Nessuno avrà mai il coraggio di scriverlo. Nessuno saprebbe scriverlo, se pure avesse il coraggio.
La carta si accartoccerebbe e si consumerebbe al tocco della sua penna infuocata.
Edgar Allan Poe – Marginalia
Questo avevo in testa, per tutto il tempo. Farlo, farlo sul serio; e spingermi ancora oltre.
Bene. Siete pronti?…
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